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I fantasmi di cemento di Italia ‘90

Italy 1990

Negli ultimi mesi sono andato un po’ di volte allo stadio Luigi Ferraris a vedere il Genoa. Sta a Marassi, incastrato tra il greto del Bisagno, una strada di scorrimento, un carcere e una villa vincolata del Trecento, con quattro torri di mattoni rossi piantate agli angoli come torri di scacchi. Quelle torri non sono un ornamento. Sono salite tra il 1987 e il 1989, quando Vittorio Gregotti ha ricostruito l’impianto per i Mondiali, e sono la cosa più onesta che la città abbia su cosa è stata davvero quell’estate. Genova si è ritrovata uno stadio che la gente ammira ancora. Il resto d’Italia si è ritrovato altro.

Per tre settimane del 1990 il paese ha organizzato la festa più grande che potesse permettersi, e anche di più. Italia ‘90 la si ricorda per le notti magiche, per Pavarotti, per lo sguardo di Schillaci, per Irlanda-Romania e le mani di Packie Bonner. È la versione che sopravvive. Quello che non sopravvive nel filmato delle emozioni è il conto. Quando sono arrivate le fatture, Italia ‘90 era costata oltre 7000 miliardi di lire, qualcosa come quattro miliardi di euro di oggi. Ancora nel 2014 il Tesoro pagava tra i 50 e i 60 milioni di euro l’anno per il debito di un torneo di calcio finito un quarto di secolo prima.

L’organizzazione è stata un disastro travestito da trionfo. Dei 233 progetti infrastrutturali previsti attorno al torneo, solo 95 erano pronti quando è rotolato il primo pallone. Alcuni sono stati finiti in ritardo. Altri non sono mai stati finiti. Qualcuno è stato completato, usato per pochi giorni e poi chiuso a chiave per sempre. Sono questi che vale la pena raccontare, perché stanno ancora lì, fantasmi di cemento con le luci spente.

Le stazioni romane verso il nulla

Le Stazioni Mondiali

Roma ha costruito due stazioni ferroviarie per portare i tifosi allo Stadio Olimpico, ed è riuscita a rovinarle entrambe. La fermata Olimpico-Farnesina è costata 15 miliardi di lire ed è stata affossata dall’aritmetica. Doveva reggere due binari e ne è entrato uno solo. Chi ha firmato i progetti l’aveva anche piazzata a un chilometro dallo stadio lungo una strada trafficata, una cosa strana da fare a gente che ti aspetti arrivi a decine di migliaia. Ha servito sei partite e ha chiuso.

Più avanti sulla stessa linea c’era Vigna Clara, una stazione da 80 miliardi di lire aperta per i Mondiali, in funzione per una settimana circa e poi spenta per 32 anni. I residenti hanno combattuto contro la riapertura per paura delle vibrazioni che scuotevano i palazzi. È tornata in vita solo nel giugno 2022, un’attesa molto italiana per un binario prima di vedere il suo primo pendolare qualunque.

Roma ha tirato su un grande air terminal postmoderno a Ostiense, progettato dall’architetto spagnolo Julio Lafuente, per portare i passeggeri all’aeroporto di Fiumicino. La domanda non è mai arrivata. L’edificio si è svuotato ed è andato in rovina per due decenni. Oggi è il negozio di punta romano di Eataly, la catena gastronomica di fascia alta, il che vuol dire che una struttura costruita per portare i viaggiatori a un aereo adesso vende parmigiano stagionato e pasta da 20 euro…

La metropolitana che non ha mai portato nessuno

Treno Napoli

Napoli ha visto il budget dei Mondiali come un comune che annega vede una fune. La città voleva una metropolitana leggera dagli anni Ottanta e aveva finito i soldi prima di costruirla. Italia ‘90 ne ha resuscitato un pezzo, un tratto sotterraneo verso ovest. Poi, pochi mesi prima del fischio d’inizio, le scavatrici hanno incontrato una geologia che i sondaggi non avevano in qualche modo visto.

Così hanno improvvisato. Hanno accorciato la linea e tirato su una stazione provvisoria a poche centinaia di metri dal capolinea previsto, una cosa descritta all’epoca come un pozzo profondo con una scala di ferro precaria. Hanno collaudato il percorso a maggio del 1990. Non ha mai portato un solo tifoso al San Paolo. La stazione non ha mai ottenuto il certificato di sicurezza, e l’intera linea è rimasta morta finché non è stata inglobata in quella che oggi è la Linea 6 della metropolitana, a metà degli anni 2000. Quindici anni a dormire prima di fare l’unico lavoro per cui era nata.

Cattedrali nel deserto

Stadio San Nicola Bari

C’è un’espressione per tutto questo, cattedrali nel deserto, grandi opere costruite dove nessuno ne ha bisogno. Italia ‘90 ha prodotto due stadi nuovi di zecca, e tutti e due si sono meritati il nome.

Bari ha avuto quello più bello. L’incarico è andato a Renzo Piano, genovese come la città da cui scrivo, l’uomo del Centre Pompidou a Parigi e poi dello Shard a Londra. Per 153 miliardi di lire ha disegnato una cosa a forma di fiore, 26 petali sollevati di cemento bianco staccati da terra. Il San Nicola è davvero bello. È anche isolato fuori città, gravato da una pista d’atletica che allontana il pubblico dal campo e coperto da un tetto invecchiato male. Ha ospitato cinque partite dei Mondiali e la finale di Coppa dei Campioni del 1991, poi è scivolato nell’incuria. Resta il terzo stadio più grande d’Italia, e oggi guarda la Serie B rimbombare in tribune costruite per un’altra ambizione.

Stadio Degli Alpi

Torino ha avuto la lezione da non dimenticare. Lo Stadio delle Alpi è costato ancora di più, 226 miliardi di lire, e il pubblico non si è mai affezionato ai suoi 69.000 posti cavernosi e alla pista d’atletica che teneva i tifosi a distanza di braccio dal gioco. Torino e Juventus l’hanno abbandonato entrambe per lo Stadio Olimpico ristrutturato nel 2006. La Juventus ha comprato il terreno, ha buttato giù tutto nel 2009 e ha costruito il proprio impianto sulle macerie. Quell’impianto è l’Allianz Stadium, e lo dico chiaro perché su internet continuano a sbagliarlo: non è l’Allianz Arena. L’Allianz Arena è del Bayern Monaco. La Juventus gioca all’Allianz Stadium, aperto nel 2011, che ha sostituito uno stadio dei Mondiali rimasto casa di due squadre per appena sedici anni. Una vita utile più corta di un mutuo.

L’anello morto di Napoli

Terzo Anello Stadio San Paolo

Il vecchio San Paolo, dal 2020 Stadio Diego Armando Maradona dopo il cambio di nome, ha avuto un altro tipo di intervento. Gli hanno avvolto attorno un telaio di ferro per appendere un nuovo tetto e aggiungere un anello di posti. Ha funzionato, per un po’. Poi gli ingegneri hanno scoperto che i tifosi del Napoli che saltavano nell’anello più alto trasmettevano lungo il metallo vibrazioni che minacciavano lo stadio e i palazzi intorno. Il terzo anello è stato chiuso nel 2005 e da allora è rimasto vuoto, un intero livello di uno stadio sigillato perché il pubblico era troppo vivo per l’architettura. Adesso si parla di riaprirlo. Ci crederò quando vedrò girare i tornelli.

Il mostro di Milano

Ecomostro a Milano

Il contributo di Milano non è quasi mai stato costruito. Nel quartiere di Ponte Lambro, su un’area golenale lungo il fiume Lambro, sono iniziati i lavori per un albergo di lusso di sette piani, 300 stanze per i dignitari e i tifosi che sarebbero arrivati per le notti magiche. Il costruttore è rimasto senza tempo e, finito il torneo, senza ragioni per finirlo. La legge speciale che aveva dato il via libera a tutto è stata poi dichiarata illegittima, i diritti edificatori sono svaniti, e quel che restava era uno scheletro di cemento su un terreno pessimo.

Anche per questo c’è una parola. L’hanno chiamato ecomostro. Per quasi vent’anni è stato il simbolo più brutto di tutto ciò che Italia ‘90 ha sprecato, un rifugio per vandali che la città continuava a proporre di trasformare in carcere, poi in residenza universitaria, poi di nuovo in albergo, senza mai farne niente. È stato abbattuto solo nel 2012, in circa 150 giorni, meno di quanto ci era voluto per decidere cosa avrebbe dovuto essere.

La vista da Marassi

Il che mi riporta alle torri da cui sono partito. Genova è uscita da quell’estate meglio di tanti. Il Ferraris è ancora in piedi, ancora bello, ancora considerato uno degli stadi più belli del paese, e ora Genoa e Sampdoria sono pronte a ristrutturarlo di nuovo, un intervento da 100 milioni di euro previsto tra il 2027 e il 2029 in cambio di una concessione di 99 anni. Le torri restano. È la rara storia di Italia ‘90 che finisce con l’edificio ancora amato.

Italia ‘90 è stato un grande Mondiale. Le notti sono state vere. Lo spettacolo è stato vero. E sono veri anche le stazioni vuote, gli anelli sigillati, le cattedrali nel deserto. Il paese sta ancora pagando.