Daredevil non vincerà mai. Ed è per questo che funziona.
Ho finito la seconda stagione di Daredevil: Born Again. Che stagione, signore e signori! Recitazione, sceneggiatura, azione, tutto. Ma non preoccupatevi, non darò nessun tipo di spoiler. Anzi, non parlerò neanche della serie. Dimentichiamoci per un momento i materiali audiovisivi e concentriamoci sul mondo dei fumetti.
Prima di tutto voglio raccontare una storia. Nel 2004, mi ero appena trasferito e, ovviamente, da bambino di 9 anni hai bisogno di inserirti in una nuova realtà. Vicino alla mia nuova casa viveva una signora che dedicava innumerevoli ore al suo orto personale. A volte da sola, altre accompagnata dai nipoti, che finivano regolarmente a casa della nonna dopo la scuola, cosa normale per figli di una madre vedova. Il più giovane, Bruno, della mia età, fu il primo che conobbi. All’epoca in Brasile, nei quartieri residenziali popolari, era normale usare la strada come campo di calcio. Due infradito segnavano i pali della porta. Il marciapiede delimitava la laterale. Un’altra epoca. Bruno, figura estremamente socievole e appassionato di calcio, si presentò il primo giorno chiedendomi se mi piacesse lo sport. Non ci volle molto per formare un gruppo di quattro amici che giocavano a calcio tutti i giorni, anche sotto la pioggia. Il secondo fratello, Breno, due anni più grande, era l’esatto opposto: chiuso, introverso, sempre a leggere “qualcosa”, non ci era mai passato neanche lontanamente per la testa che potesse giocare a calcio con noi. In sintesi, il nerd in un’epoca in cui essere nerd era visto come un problema.
Un giorno lo vidi leggere un fumetto, non ricordo esattamente quale. Gli chiesi cosa fosse e lui mi spiegò tutto: come funzionava, i numeri mensili, le storie dei personaggi. In pochissimo tempo stavamo già organizzando il nostro piccolo “club di lettura” di fumetti in biblioteca. Siccome eravamo poveri, un fumetto era un lusso che non potevamo permetterci. Così cominciammo a vendere seghetti che mio nonno fabbricava, guadagnando una commissione del 20%. Uscivamo con gli altri a vendere i seghetti. Ricordo ancora oggi che non sapevo portarli bene e avevo sempre la gamba che sanguinava per i denti affilati che mi battevano contro mentre camminavo. Cosa facevo con quei pochi soldi che riuscivo a racimolare? Comprare fumetti, ovviamente, e cioccolato per fare colpo su qualche ragazza. Fu così che cominciai a collezionare le storie di Spider-Man, sia nella serie regolare che nel Marvel Millennium. Qualche mese dopo trovai all’edicola un numero 3 di Daredevil, numerazione brasiliana, e decisi di comprarlo.

In Brasile, a differenza degli Stati Uniti, il mercato dei fumetti all’epoca era più limitato. Era impossibile avere decine di numeri mensili a disposizione. Quello che facevano le case editrici era raccogliere più fumetti americani in uno solo, più “vendibile”, chiamato Mix. Il numero 3 di Daredevil in questione riuniva Daredevil (1998) n° 40, Punisher, The (2001) n° 26 e Elektra (2001) n° 25. Anche avendo 10 anni, erano già storie pesanti per la mia età. Oggi, più di vent’anni dopo e migliaia di fumetti letti, ricordo ancora di aver chiuso quel numero e di essere rimasto con una sensazione strana, non di sollievo, come quando l’eroe vince alla fine, ma di peso. Che qualcosa fosse davvero successo. Era quello che volevo leggere da adulto. Ci misi un po’ a capire perché.
Quello che mi colpiva in quelle storie era semplice, anche se all’epoca non avevo il vocabolario per nominarlo: i personaggi soffrivano davvero, e niente si risolveva completamente. Matt Murdock la prendeva nel peggio in quasi ogni numero. Non in modo gratuito, c’era peso, conseguenza, la sensazione che quell’uomo stesse portando qualcosa che non aveva fine. Ci volli anni per capire perché questo mi tenesse più incollato rispetto ad altre storie.
La risposta che ho trovato, dopo migliaia di fumetti letti, è questa: certi personaggi sono costruiti su contraddizioni che non hanno soluzione. E questo cambia tutto.
Prendiamo l’esempio più ovvio. Born Again, di Frank Miller e David Mazzucchelli, pubblicato tra il 1986 e il 1987 sulle pagine di Daredevil, è considerato da molti, me compreso, una delle migliori storie a fumetti mai scritte. Il Kingpin scopre l’identità di Matt Murdock e distrugge metodicamente la sua vita: gli revoca la licenza da avvocato, brucia il suo appartamento, compromette le sue relazioni, lo riduce letteralmente alla strada. E sapete cosa c’è di notevole? Non è la distruzione. È che quando Matt si rialza alla fine, non c’è nessuna vittoria pulita. Kingpin esiste ancora. Hell’s Kitchen è ancora Hell’s Kitchen. La legge continua a tradire le persone che Matt difende di giorno mentre le picchia di notte per “proteggerle”. La contraddizione centrale, un uomo di fede che commette violenza, un avvocato che non si fida del sistema che rappresenta, non si risolve. Miller non la risolve perché non può essere risolta. È la ragione stessa per cui il personaggio esiste.

Batman funziona con la stessa logica. In The Dark Knight Returns, Miller mostra un Bruce Wayne invecchiato, in pensione, che guarda Gotham deteriorarsi. Torna. E perché? Non perché vincerà. Gotham non ha soluzione. I criminali non finiranno. La città continuerà ad essere la città che ha ucciso i suoi genitori. Bruce lo sa. Il lettore lo sa. Eppure indossa il costume perché l’alternativa, non provarci, è impensabile per quello che lui è. È una tragedia greca con il mantello. Scott Snyder ha capito tutto questo perfettamente in Court of Owls: la rivelazione che Gotham è sempre stata corrotta, che la guerra di Batman può essere ancora più antica e profonda di quanto immaginasse, non paralizza il personaggio. Lo alimenta. L’impossibilità è il carburante.
Ora confrontiamo Flash. Ho letto Flash per intero. Dall’Età dell’Oro al Rebirth. E sarò onesto: l’unica fase che mi ha tenuto con costanza è stata quella di Mark Waid con Wally West. E non è una coincidenza. Waid ha fatto qualcosa che raramente si fa con il personaggio: ha creato una contraddizione irrisolvibile. Wally West non potrà mai essere Barry Allen. Può usare il nome, il simbolo, la velocità, ma l’ombra del predecessore non scompare. Ogni volta che Wally salva qualcuno, parte della città pensa ancora a Barry. Questo non ha soluzione narrativa. Wally può diventare il suo Flash personale, e di fatto lo diventa, ma la tensione rimane strutturale. Ed è esattamente lì che la scrittura si eleva. Fuori da quella fase, cosa abbiamo? Corse contro i villain, eventi che resettano lo status quo, il peso del lascito citato ma non esplorato in profondità. Lo stesso Barry Allen, nella maggior parte delle storie, è un personaggio senza ferita costitutiva, un uomo giusto che vuole salvare tutti, e li salva. Il conflitto è sempre esterno, mai fondamentale.
È facile dire che il livello di potere è il villain della storia, che Superman è difficile da scrivere perché è invincibile. Ma questo non regge. Negli ultimi anni dei Nuovi 52, Superman perse i suoi poteri. La scrittura rimase debole lo stesso. Ma il caso più rivelatore è Superman: Grounded di Michael Straczynski. La premessa era esattamente quella: umanizzare Superman, avvicinarlo alla gente comune. Abbandona i voli eroici e attraversa gli Stati Uniti a piedi, conversando con cittadini anonimi, cercando di riconnettersi con l’umanità che proteggeva da lontano. Era un tentativo diretto di risolvere il problema, e fallì. Non per mancanza di intenzione, ma perché l’iniziativa rivelò quello che mancava: non era la distanza fisica tra Superman e la gente, era l’assenza di un conflitto interno che nessuna camminata risolve. Alla fine dei conti, Clark Kent continuava ad essere un uomo buono, di una buona famiglia, con valori chiari, che vuole aiutare. Questo è ammirevole. È anche drammaticamente limitato. La Morte e il Ritorno di Superman, negli anni ‘90, è un altro sintomo. Commercialmente fu un fenomeno, il numero che uccideva l’eroe si esaurì in tutto il mondo, diventò notizia fuori dai fumetti. Ma rileggendolo oggi, quello che abbiamo è spettacolo senza sostanza. La morte di Superman non scava niente in lui. Non rivela contraddizione, non espone ferite. È un evento esterno applicato a un personaggio che, strutturalmente, non ha dove sanguinare dentro. Il dramma viene da fuori perché non c’è niente da cui tirarlo fuori da dentro.
Batman e Daredevil non hanno bisogno di questo sforzo. La tensione è nel loro DNA. Ogni nuovo scrittore che arriva trova la ferita aperta ad aspettarlo. Ann Nocenti, ingiustamente ignorata in termini di riconoscimento pubblico, prese Daredevil in una fase in cui era psicologicamente distrutto e esplorò il rapporto tra colpa, desiderio e identità in modi che ancora oggi sembrano audaci. Brian Michael Bendis trasformò Hell’s Kitchen in un noir urbano dove Kingpin e Matt Murdock erano specchi l’uno dell’altro, due uomini che costruiscono identità sulle menzogne. Chip Zdarsky, più di recente, ha preso quella stessa ferita e ha fatto qualcosa che sembrava impossibile: ha trovato un angolo nuovo. Matt Murdock che decide di dover andare oltre la violenza, e poi che ci torna, perché semplicemente non riesce a smettere. Scrittori completamente diversi, decenni di distanza, lo stesso attrito centrale.

I migliori villain di questi personaggi funzionano per la stessa ragione. Il Joker non è solo un criminale con il tema del pagliaccio, è l’argomentazione che l’ordine che Batman difende è un’illusione. Ogni scontro tra loro è un dibattito filosofico su se la civiltà abbia senso. Kingpin non è solo un boss del crimine, è quello che Matt Murdock avrebbe potuto diventare se avesse abbandonato la legge e abbracciato completamente il potere. Bullseye è la violenza di Daredevil senza la coscienza. I villain sono specchi. Amplificano la contraddizione dell’eroe invece di minacciarlo soltanto fisicamente. Quando un personaggio ha questo tipo di architettura, la storia quasi si scrive da sola. Non nel senso facile, nel senso che il materiale è sempre lì, in attesa di essere trovato.
Non sto dicendo che le storie aspirazionali non abbiano valore. Ce l’hanno. Superman in All-Star Superman è un argomento potente sulla bontà come scelta attiva, ed è un argomento di cui il mondo ha bisogno. Ma esiste una differenza tra la storia che ispira e la storia che accompagna, e i personaggi costruiti su contraddizioni irrisolvibili tendono a fare la seconda cosa con più efficienza e per più tempo.
Ecco perché Batman ha dodici fasi brillanti e non due o tre. Ecco perché scrittori completamente diversi, per stile, per epoca, per intenzione, riescono a prendere Daredevil e fare qualcosa che vale la pena. La ferita è lì. Il buon scrittore deve solo sapere dove premere.
Ed è per questo che mi è piaciuta la sensazione di aver visto la seconda stagione di Daredevil: Born Again. Era familiare. Era la stessa sensazione di quando chiusi quel numero 3, vent’anni fa, senza sapere bene cosa avessi letto ma sapendo che ne volevo ancora. Matt Murdock continuerà a perdere. Continuerà ad alzarsi. E gli scrittori continueranno a trovare, in questo ciclo senza fine, materiale sufficiente per opere che durano decenni. Questo è il segreto: non sono i poteri, sono le ferite.